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martedì, 27 marzo 2007

Lettera aperta: i firmatari che desiderano restare in contatto con gli altri aderenti a questo gruppo sono invitati a lasciare il loro recapito mail all'indirizzo: laicibiellesi@micso.net.

Gli interventi critici o dissenzienti fanno anch'essi parte del confronto in atto. Verranno invece cancellati quegli interventi nei quali è evidente il rifiuto al dialogo.




Lettera aperta alla Comunità cattolica diocesana.


Biella, marzo 2007

 Il dibattito aperto dal progetto di legge sui “Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi” ha assunto aspetti di grande rilievo che vanno oltre l’argomento specifico. Questo ci induce ad esprimere pubblicamente il nostro pensiero vista l’importanza del tema posto in discussione: la “giusta laicità” dello Stato e i diritti delle persone. 

Come cittadini riteniamo utile il confronto in corso, tra persone che hanno convincimenti morali e fedi diverse, finalizzato ad individuare norme giuridiche con le quali siano stabiliti diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi. La discussione deve essere ampia e non restare chiusa nei confini di maggioranze politiche predefinite.
Siamo dell’opinione che i legislatori abbiano il diritto e il dovere di decidere distinguendo tra i loro convincimenti morali derivanti dalla scelta di fede e la necessità, per uno Stato laico, di regolare situazioni sociali diffuse che riguardano credenti e non credenti.
Riteniamo altresì che occorra inserire tra le priorità politiche una maggior tutela della famiglia nata dal matrimonio: occorre suscitare fiducia nel presente e nel futuro per le giovani coppie, con un progetto d’ampio respiro fondato su politiche fiscali d’appoggio, servizi sociali usufruibili ed una legislazione che privilegi la stabilità dei rapporti di lavoro.


Come cattolici chiediamo alle gerarchie ecclesiali ed ai fratelli di dialogare e di confrontarsi nel rispetto di tutti.
Riteniamo occorra guardare alla realtà per quella che essa è, cercando di comprenderla e di migliorarla, mantenendo sempre, nelle diverse situazioni, un atteggiamento aperto nei confronti delle donne e degli uomini.
La Chiesa non può e non deve rinunciare all’annuncio e alla testimonianza dei valori cristiani ma nello stesso tempo deve sempre rispettare la laicità dello Stato. Questa è una condizione necessaria per garantire la convivenza civile e il progresso umano in una società pluralista, dove siamo chiamati a camminare e cooperare con uomini e donne di religione, cultura, razza e convinzioni ideali diverse.
Siamo convinti che la Chiesa  non debba farsi parte fra le parti nel dibattito politico per non entrare in contrasto con la propria missione nel mondo. Vediamo invece la necessità di un’azione pastorale più “materna” nel promuovere la dignità della famiglia fondata su un’adesione libera e volontaria ai principi e ai valori cristiani e nel sollecitare i credenti a testimoniare la fede anche attraverso scelte di vita famigliare coerenti con il Vangelo.

Queste nostre riflessioni ripropongono argomenti espressi in questi anni ed in questi giorni da diversi protagonisti della vita sociale ed ecclesiale italiana. Auspichiamo che il confronto possa continuare in modo più sereno e costruttivo portando delle risposte che aiutino tutti, credenti e non credenti, a riconoscersi in una comunità che cammina alla ricerca del bene comune.




Antoniotti Elsa

Bider Chiara

Boggio Luciano

Boglietti Osvaldo

Bresciani Riccardo

Campra Alessandro

Caprio Vittorio

Casotto Mara

Cassadonte Silvana

Cavicchioli Armando

Ceria Sandro

Costa Pierangelo

Dejeronimis Sandro

Delpiano Sergio

Delprete Federica

Di Meglio Francesco

Diritti Giovanni

Diritti Paola

Diritti Sara

Facheris Marina

Ferro Giuseppe

Fogliano Giorgio

Furno Marchese Donatella

Gallana Paolo

Garbaccio Carla

Garzena Irma

Garzena Laura

Giachino Gabriella

Giana Livia

Gibello Piero

Grigoli Giuseppe

Guglielminotti Bruno

Guzzo Angiolino

Lacchia Rosanna

Lanza Franca

Loro Pilone Oreste

Macchetto Flora

Macchetto Mariuccia

Maggia Miranda

Masserano Daniela

Mazzucchelli Mariapaola

Naliato Mario

Padulazzi Maria

Parolaro Lucia

Patriarca Ettore

Pavia Angelo

Pedrazzo Alessandro

Penna Gianfranco

Pescio Gianni

Pessione Susy
Pivano Giorgio

Poletti Clara

Pollono Elisabetta

Ramella Katia

Regis Elena

Sandri Antonio

Scalone Luca

Scudellaro Gianni

Simoni Laura

Stefanuzzi Valerio

Tambuscio Rita

Teston Corrado

Torello Viera Ottavia

Zegna Enrico


Nuove adesioni:
Baldo Noris
Barberis Organista Filippo
Bazzini Davide
Benna Graziella
Bolengo Graziana
Canova Marco
Caprio Andrea
Carlevaro Cristina
Carlon Paola
De Battistini Carlo
De Battistini Maria Elena
Fenoglio Miranda
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Gatti Carlo
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Grigoli Francesca
Grigoli Silvana
Grigoli Valentina
Gubernati Francesca
Guglielmetti Angelo
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Mondello Roberto
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Paschetto Osvaldo
Pavignano Giulio
Pautasso Mariella
Piana Gigi
Piolatto Sandra
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Prederigo Alessandra
Prederigo Bernardo
Prederigo Elisabetta
Pretti Annachiara
Pretti Corrado
Roda Giziana
Ronzani Andrea
Ronzani Paolo
Salivotti Giulio
Salivotti Pier Angelo
Tallia Alberto
Zana Anna
Zizioli Maurizio






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categorie: letteraperta
domenica, 15 aprile 2007

Io non mi vergogno del Vangelo di L. Accattoli

"Io non mi vergogno del Vangelo..."

Dai divieti di entrare in Chiesa a una nuova tolleranza di Luigi Accattoli

Racconterò di un cartello che vieta l’ingresso ai disabbigliati in una cattedrale e ragionerò della longeva stoltezza di sviare la gente dalle chiese. Rappresentando quel cartello una coppia di vacanzieri, pretestuosamente tratto delle famiglie di fatto e sogno di una nuova tolleranza nei loro confronti.

Vietato che cosa?

Capito nel duomo di Pistoia, a metà ottobre e trovo un divieto di ingresso troppo forte, tracciato su una coppia stilizzata di vacanzieri e arricchito dal commento ancora più forte di un visitatore. Lei ha un mini vestito e una massa di capelli da un lato, che la fanno indovinare in un movimento allegro. Tiene con la destra il braccio di lui, che è in pantaloncini e canottiera. Sembrano venire dal mare. Li campisce un cerchio rosso e li attraversa la diagonale – pure rossa – che completa il divieto.  Sul margine bianco del cartello, un bello spirito ha scritto con il pennarello sette parole affilate: "Vietato cosa precisamente? Essere abbronzati, innamorati, contenti?". Di più non dice, lo scriba sottile. Ma la sua glossa mi basta perché mentalmente io ritiri tutti i divieti d’ingresso dalle chiese che ho visto e che vedrò. Già ora riesco benissimo a entrare – con l’anima – nel duomo di Pistoia senza vedere quel cartello: vedendo anzi chiaramente che l’ho tolto. Non voglio dire che sarà tolto davvero da chi ve lo piantò, ma è possibile che avvenga.

All’origine della glossa e della mia drastica decisione, ovviamente c’è un equivoco. Il cartello – nell’intenzione di chi l’affisse – voleva dire semplicemente: "Non entrate in chiesa disabbigliati". Ma un cartello dice sempre più cose di quante non ne intenda il piantatore. Specie se usa i simboli della segnaletica stradale per "vietare" l’accesso a una cattedrale: cioè se mescola i codici. E più ancora se l’icona del divieto rappresenta una giovane coppia in vacanza, che è un’immagine della libertà capace di attirare ogni divieto. Un cartello dunque trasmette tanti messaggi e il glossatore malizioso ha scelto quello che si adattava alla sua ironia: la chiesa teme la giovinezza e la sua libertà, tant’è che proibisce l’ingresso in cattedrale a chi troppo le ostenta. Non è vero, naturalmente. Nell’asciuttezza di quella glossa – apposta al cartello del divieto di ingresso – si legge una decisa prevenzione. Non è vero che la Chiesa tema la gioventù, ma purtroppo ancora oggi può risultare credibile chi l’accusi di quel timore. A mostrare che la Chiesa non teme la giovinezza, bastano i due milioni di ragazzi venuti a Roma l’agosto scorso, per la giornata mondiale della gioventù: erano disabbigliati, abbronzati, innamorati, contenti eppure il papa li ha ammessi – così com’erano – nelle basiliche romane. Con le regole del duomo di Pistoia, nessuno di loro sarebbe potuto entrare in San Pietro e invece non solo entravano, ma si sdraiavano sul pavimento, per sentirne il fresco con le gambe nude. E tutti erano contenti di averli lì. Perché dunque suona credibile – diciamo: sui muri e nei media – il sospetto che gli uomini di Chiesa temano la gioventù, la libertà, le coppie vacanziere? Perché la Chiesa si attarda a usare un linguaggio di divieti che va oltre lo scandalo necessario del Vangelo e che provoca scandali gratuiti. A volte sembra farlo – come nel caso del cartello di Pistoia – per totale inesperienza del mondo: e uno non sa se rallegrarsene o protestare.

Fare festa a chi entra

Io sono contrario a ogni divieto di ingresso nelle chiese, essendo già così pochi quelli che si avventurano a entrare! Mi pare che non sia l’abbigliamento di chi entra a fare violenza a quell’ambiente, ma il cuore di chi vi sta da padrone, giudicando chi e come vi possa entrare.  Più appropriatamente dirò – parafrasando Matteo 15, dove Gesù abroga il divieto di mangiare senza lavarsi le mani – che vedere una coppia disabbigliata in chiesa "non contamina l’uomo", perché sono i sentimenti che escono dal cuore a contaminare l’uomo e non le immagini che entrano dagli occhi. Fermare uno sulla porta può voler dire cacciarlo per sempre: questo pensiero lo dedico agli zelanti ostiari (custodi delle porte) dei nostri giorni. Dovremmo piuttosto fare festa a chiunque voglia entrare, specie se giovani e in coppia. Sarebbe ora di tornare a un uso abbondante e più sciolto delle nostre bellissime chiese. Ma la discussione con gli ostiari non ci poterà lontano. Dietro il divieto di Pistoia c’era – implicitamente – dell’altro e quell’altro è stato intuito: il timore della libertà sessuale dei giovani. Uscito dal duomo di Pistoia ho trovato davanti al battistero – fai attenzione, mio lettore: qui si passa dal piano dei segni a quello della realtà – una coppia allacciata che leggeva una carta della città: lui da dietro l’abbracciava alla vita, tenendo il viso tra i capelli di lei, che badava solo alla carta. Fosse avvenuto in chiesa, quel gesto, non ci sarebbe stato bene? Perché ci mette pensiero quella giovane coppia? Non sono sposati e sono in vacanza da soli, penserà il diffidente ostiario. Di certo praticano la piena intimità. Magari costituiscono una coppia di fatto. E sarebbero fuori dalle regole! Ebbene io credo che questi pre-giudizi – lucidamente intuiti dall’anonimo glossatore – siano lontani dallo spirito di Gesù quanto il cartello da lui glossato: il Vangelo invita a guardare alle persone, prima che alle regole. In esso gli uomini malati o affamati hanno la precedenza sulle regole del riposo sabbatico. La ragazza che sta per essere linciata ha la precedenza sulla legge che prescrive la lapidazione della donna adultera.

Porre fine alle lapidazioni

Il Vangelo ci invita a guardare con purezza di cuore gli uomini e le donne del terzo millennio, combattuti come sempre tra la legge e la vita: ci invita a vedere che le "famiglie di fatto" sono famiglie, che i "figli naturali" sono figli, che le "coppie omosessuali" sono composte da persone. C’è una legge certo, anzi ci sono più leggi della società o della chiesa che segnalano quelle situazioni come irregolari, ma il cristiano non si ferma alla constatazione delle irregolarità. La legge non gli basta. Se essa assume un ruolo dominante, egli avverte che potrà essergli di intralcio. In questo è più libero dei fratelli maggiori ebrei e dei fratelli musulmani. L’episodio dell’adultera che Gesù salva dalla lapidazione insegna a cercare creativamente – in ogni epoca – il modo e le parole per dire "non peccare più", senza dar corso alla lapidazione. Non si lapida più nessuno da un pezzo, ma evangelicamente non fa poi tanta differenza se le parole hanno preso il posto delle pietre: come c’è l’adulterio nel cuore, così ci può essere la lapidazione verbale. Dura ancora nel mondo d’oggi - ricordiamoci dei toni cui arrivò, il luglio scorso, la polemica sul "gay pride" - la riprovazione morale usata come strumento di battaglia politica e la condanna tranciante senza alcuna considerazione per le persone. Resta, soprattutto, l’illusione che le leggi civili possano dare efficacia al precetto cristiano. Gesù affida la sua parola al libero ascolto degli interlocutori. Quando dice: "Neanche io ti condanno, vai e d’ora in poi non peccare più" (Giovanni 8, 11), non ha alcuna garanzia che la sua consegna sarà obbedita. La lapidazione era invece efficace, almeno come deterrente. Ma Gesù invita ad abbandonare la via della deterrenza legale. Affida il precetto alle coscienze e ci invita a fare altrettanto.

Indicare alla Chiesa una nuova tolleranza

Tentiamo d’applicare quell’insegnamento alle "unioni di fatto": quale efficacia può avere – in ordine al convincimento delle coscienze - una battaglia dei cristiani per impedirne il riconoscimento fattuale sul piano della convivenza civile? Non avrà piuttosto un effetto contrario, di indurimento dei cuori in una scelta che di suo, magari, era destinata ad evolvere verso una decisione matrimoniale? Noi cristiani comuni viviamo – con le nostre famiglie – a diretto contatto con le famiglie di fatto. Conosciamo le tante ragioni che portano a quella scelta. Sentiamo i nostri figli inclinare pericolosamente – con le parole, per ora – verso di essa. Siamo certi che non potremo agire, nei loro confronti, se non per illuminazione e per contagio. Certo con nessuna costrizione, o induzione legislativa. Se ci battiamo per il mantenimento di una situazione per loro svantaggiata non renderemo più convincente la nostra parola. Mi permetto allora di chiedere – forse a nome delle famiglie fondate sul matrimonio che vivono porta a porta con le famiglie di fatto – se non ci sia la possibilità di dire con chiarezza l’ideale cristiano del matrimonio senza trascurare il fatto che le "famiglie di fatto" sono famiglie e hanno diritto a un inquadramento legislativo che le aiuti quantomeno sul piano economico e delle responsabilità nei confronti dei figli. Un riconoscimento ovviamente diverso rispetto a quello di cui gode la famiglia matrimoniale: un’equiparazione sostanziale danneggerebbe la famiglia tradizionale, già variamente penalizzata. Ma le famiglie di fatto hanno realmente bisogno di un inquadramento minimo che le tuteli sul piano sociale e fiscale, per quanto riguarda gli assegni familiari e le detrazioni, le sovvenzioni scolastiche e ogni provvidenza. E quando sono le coppie omosessuali a rivendicare diritti? Credo sia giusta l’opposizione al diritto all’adozione, ma non trovo giustificato il rifiuto a riconoscergli diritti economici e patrimoniali, a partire dalla reversibilità della pensione, da regolare con una serie di contratti privati.

Tocca ai cristiani comuni – che vivono a contatto con le nuove tentazioni – indicare alla chiesa una nuova tolleranza.

Luigi Accattoli

 

postato da: laicibiellesi alle ore 23:36 | link | commenti (4)
categorie: divieti/tolleranza
lunedì, 16 aprile 2007

Testo del progetto di legge governativo

Testo del disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 21.2.07

 

Art. 1 (Ambito e modalità di applicazione)

1. Due persone maggiorenni e capaci, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela in linea retta entro il secondo grado, affinità in linea retta entro il secondo grado, adozione, affiliazione, tutela, curatela o amministrazione di sostegno, sono titolari dei diritti, dei doveri e delle facoltà stabiliti dalla presente legge.  2. La convivenza di cui al comma 1 è provata dalle risultanze anagrafiche in conformità agli articoli 4, 13 comma 1 lettera b), 21 e 33 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, secondo le modalità stabilite nel medesimo decreto per l'iscrizione, il mutamento o la cancellazione. E' fatta salva la prova contraria sulla sussistenza degli elementi di cui al comma 1 e delle cause di esclusione di cui all'articolo 2. Chiunque ne abbia interesse può fornire la prova che la convivenza è iniziata successivamente o è terminata in data diversa rispetto alle risultanze anagrafiche. 3. Relativamente alla convivenza di cui al comma 1, qualora la dichiarazione all'ufficio di anagrafe di cui all'articolo 13, comma 1, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, non sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il convivente che l'ha resa ha l'onere di darne comunicazione mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento all'altro convivente; la mancata comunicazione preclude la possibilità di utilizzare le risultanze anagrafiche a fini probatori ai sensi della presente legge. 4. L'esercizio dei diritti e delle facoltà previsti dalla presente legge presuppone l'attualità della convivenza. 5. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche all'anagrafe degli italiani residenti all'estero. 6. Ai fini della presente legge i soggetti di cui al comma 1 sono definiti "conviventi".

Art. 2 (Esclusioni) 1. Le disposizioni della presente legge non si applicano alle persone: a) delle quali l'una sia stata condannata per omicidio consumato o tentato sul coniuge dell'altra o sulla persona con la quale l'altra conviveva ai sensi dell'articolo 1, comma 1, ovvero sulla base di analoga disciplina prevista da altri ordinamenti; b) delle quali l'una sia stata rinviata a giudizio, ovvero sottoposta a misura cautelare, per i reati di cui alla lettera a); c) legate da rapporti contrattuali, anche lavorativi, che comportino necessariamente l'abitare in comune.

Art. 3 ( Sanzioni ) 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di beneficiare delle disposizioni della presente legge, chiede l'iscrizione anagrafica in assenza di coabitazione ovvero dichiara falsamente di essere convivente ai sensi della presente legge, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da euro 3000 a euro 10000. 2. La falsa dichiarazione di cui al comma 1 produce la nullità degli atti conseguenti; i pagamenti eseguiti sono ripetibili ai sensi dell'articolo 2033 del codice civile.

Art. 4 (Assistenza per malattia o ricovero) 1. Le strutture ospedaliere e di assistenza pubbliche e private disciplinano le modalità di esercizio del diritto di accesso del convivente per fini di visita e di assistenza nel caso di malattia o ricovero dell'altro convivente.

Art. 5 ( Decisioni in materia di salute e per il caso di morte) 1.Ciascun convivente può designare l'altro quale suo rappresentante: a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e volere, al fine di concorrere alle decisioni in materia di salute, nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti; b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie, nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti. 2. La designazione è effettuata mediante atto scritto e autografo; in caso di impossibilità a redigerlo, viene formato un processo verbale alla presenza di tre testimoni, che lo sottoscrivono.

Art. 6 (Permesso di soggiorno) 1. Il cittadino straniero extracomunitario o apolide, convivente con un cittadino italiano e comunitario, che non ha un autonomo diritto di soggiorno, può chiedere il rilascio di un permesso di soggiorno per convivenza. 2. Il cittadino dell'Unione europea, convivente con un cittadino italiano, che non ha un autonomo diritto di soggiorno, ha diritto all'iscrizione anagrafica di cui all'articolo 9 del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2004/38/CE.

Art. 7 ( Assegnazione di alloggi di edilizia pubblica ) 1. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano tengono conto della convivenza di cui all'articolo 1 ai fini dell'assegnazione di alloggi di edilizia popolare o residenziale pubblica.

Art. 8 ( Successione nel contratto di locazione ) 1. In caso di morte di uno dei conviventi che sia conduttore nel contratto di locazione della comune abitazione, l'altro convivente può succedergli nel contratto, purché la convivenza perduri da almeno tre anni ovvero vi siano figli comuni. 2. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche nel caso di cessazione della convivenza nei confronti del convivente che intenda subentrare nel rapporto di locazione.

Art. 9 ( Agevolazioni e tutele in materie di lavoro ) 1. La legge e i contratti collettivi disciplinano i trasferimenti e le assegnazioni di sede dei conviventi dipendenti pubblici e privati al fine di agevolare il mantenimento della comune residenza, prevedendo tra i requisiti per l'accesso al beneficio una durata almeno triennale della convivenza.

2. Il convivente che abbia prestato attività lavorativa continuativa nell'impresa di cui sia titolare l'altro convivente può chiedere, salvo che l'attività medesima si basi su di un diverso rapporto, il riconoscimento della partecipazione agli utili dell'impresa, in proporzione dell'apporto fornito.

Art. 10 ( Trattamenti previdenziali e pensionistici ) 1. In sede di riordino della normativa previdenziale e pensionistica, la legge disciplina i trattamenti da attribuire al convivente, stabilendo un requisito di durata minima della convivenza, commisurando le prestazioni alla durata della medesima e tenendo conto delle condizioni economiche e patrimoniali del convivente superstite.

Art. 11 ( Diritti successori )  1. Trascorsi nove anni dall'inizio della convivenza, il convivente concorre alla successione legittima dell'altro convivente, secondo le disposizioni dei commi 2 e 3.

2. Il convivente ha diritto a un terzo dell'eredità se alla successione concorre un solo figlio e ad un quarto se concorrono due o più figli. In caso di concorso con ascendenti legittimi o con fratelli e sorelle anche se unilaterali, ovvero con gli uni e con gli altri, al convivente è devoluta la metà dell'eredità. 3. In mancanza di figli, di ascendenti, di fratelli o sorelle, al convivente si devolvono i due terzi dell'eredità, e, in assenza di altri parenti entro il secondo grado in linea collaterale, l'intera eredità. 4. Al convivente, trascorsi almeno nove anni dall'inizio della convivenza, e fatti salvi i diritti dei legittimari, spettano i diritti di abitazione nella casa adibita a residenza della convivenza e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. Tali diritti gravano sulla quota spettante al convivente. 5. Quando i beni ereditari di un convivente vengono devoluti, per testamento o per legge, all'altro convivente, l'aliquota sul valore complessivo netto dei beni prevista dall'articolo 2, comma 48, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286, è stabilita nella misura del cinque per cento sul valore complessivo netto eccedente i 100.000 euro.

Art. 12 ( Obbligo alimentare )1. Nell'ipotesi in cui uno dei conviventi versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento, l'altro convivente è tenuto a prestare gli alimenti oltre la cessazione della convivenza, purché perdurante da almeno tre anni, con precedenza sugli altri obbligati, per un periodo determinato in proporzione alla durata della convivenza. L'obbligo di prestare gli alimenti cessa qualora l'avente diritto contragga matrimonio o inizi una nuova convivenza ai sensi dell'articolo 1.

Art. 13 (Disposizioni transitorie e finali )1. I conviventi sono titolari dei diritti e degli obblighi previsti da altre disposizioni vigenti per le situazioni di convivenza, salvi in ogni caso i presupposti e le modalità dalle stesse previste. 2. Entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, può essere fornita la prova di una data di inizio della convivenza anteriore a quella delle certificazioni di cui all'articolo 1, comma 2. La disposizione di cui al presente comma non ha effetti relativamente ai diritti di cui all'articolo 10 della presente legge. 3. Il termine di cui al comma 2 viene computato escludendo i periodi in cui per uno o per entrambi i conviventi sussistevano i legami di cui all'articolo 1, comma 1, e le cause di esclusione di cui all'articolo 2. 4. In caso di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio può essere fornita, entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza, da parte di ciascuno dei conviventi o, in caso di morte intervenuta di un convivente, da parte del superstite, la prova di una data di inizio della convivenza anteriore a quella della iscrizione di cui all'articolo 1, comma 2, comunque successiva al triennio di separazione calcolato a far tempo dall'avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale. 5. I diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni previsti dalle disposizioni vigenti a favore dell'ex coniuge cessano quando questi risulti convivente ai sensi della presente legge. 6. I diritti patrimoniali, successori o previdenziali e le agevolazioni previsti dalla presente legge cessano qualora uno dei conviventi contragga matrimonio.

Art. 14 (Copertura finanziaria) 1. All'onere derivante dall'articolo 11, pari ad euro 4 milioni e 600 mila per l'anno 2008 ed euro 5 milioni a decorrere dall'anno 2009 si provvede mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 20, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, iscritta all'U.P.B. dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2007. Il Ministro dell'economia e delle finanze e' autorizzato ad apportare con propri decreti le occorrenti variazioni di bilancio.

 

postato da: laicibiellesi alle ore 14:03 | link | commenti
categorie: dico

Unionidi fatto fra diritti e doveri di G. Piana

Unioni di fatto tra diritti e doveri, un articolo del noto docente di morale, Giannino Piana,  dal quindicinale "Rocca", 15-3-07

Il dibattito sulle “unioni di fatto” (o, più correttamente, “unioni civili”) ha assunto, in questi ultimi mesi nel nostro Paese, toni sempre più accesi. La recente approvazione da parte del Governo dei DICO (l’unico dissenziente è stato il Ministro della Giustizia Mastella che non ha partecipato alla seduta del Consiglio dei Ministri) ha provocato l’insorgere di dure reazioni nell’ambito della gerarchia cattolica.

 

La ragione principale del dissenso, espresso in forme drastiche (talora con accenti persino apocalittici), è la paura che venga minato alle radici l’istituto della famiglia fondata sul matrimonio. Pur non misconoscendo l’opportunità di fornire tutela giuridica ad alcuni diritti individuali, i vescovi hanno più volte ribadito la convinzione che ciò dovesse avvenire mediante il ricorso al diritto privato, applicando le norme già vigenti o elaborandone, se necessario, delle nuove, ma evitando in ogni caso qualsiasi forma di riconoscimento pubblico delle unioni extramatrimoniali, poiché questo avrebbe implicato l’introduzione nell’ordinamento dello Stato di un matrimonio di serie B o, secondo altri, di un quasi-matrimonio, che finirebbe per indebolire gravemente l’istituto matrimoniale. Se infatti - si dice - viene offerta alle coppie conviventi l’opportunità di acquisire i diritti finora riservati alle coppie regolarmente sposate, molti saranno tentati di scegliere la strada meno impegnativa, quella della convivenza, infliggendo in tal modo un vulnus mortale ad un istituto già duramente provato e che riveste un ruolo di grande rilievo per lo sviluppo ordinato della società civile.

 

Un intervento duro e massiccio

Questi motivi spiegherebbero perché, nonostante lo sforzo dei Ministri Bindi e Pollastrini (e dei loro esperti, i costituzionalisti Ceccanti e Balduzzi, ambedue di estrazione cattolica) di dare vita a un modello di regolamentazione che privilegia i diritti individuali ponendo in secondo piano il fatto dell’unione (il progetto governativo non prevede la registrazione all’anagrafe in forma congiunta ma puramente contestuale), la tensione non si è attenuata. Gli interventi della gerarchia si sono, al contrario, moltiplicati, assumendo connotati sempre più aspri, fino ad affermare l’inutilità del provvedimento varato, considerato del tutto “superfluo”, o a preannunciare la promulgazione di “indicazioni vincolanti” in materia per i cattolici.

 

La questione ha anzitutto importanti risvolti di ordine politico, che meritano qualche considerazione. Non vi è dubbio che la posizione assunta dai vescovi costituisca una esplicita intromissione della gerarchia nel dibattito che si aprirà tra qualche mese in Parlamento e che essa abbia già avuto ampie risonanze nell’ambito dell’opinione pubblica e nel quadro della vita politica: la ricompattazione, del tutto strumentale, dei partiti di opposizione (con spudorati voltafaccia di alcuni leader politici che si erano precedentemente dichiarati possibilisti nei confronti del provvedimento) non è che la prima tangibile conseguenza di questa intromissione.

 

A sorprendere, d’altronde, è soprattutto l’accanimento con cui i vescovi si sono mossi e si muovono. Pur riconoscendo alla questione delle coppie di fatto un significativo risvolto sociale, si deve ammettere che la reazione appare sproporzionata, soprattutto se si considera che su altre questioni, ben più socialmente rilevanti, perché legate a temi fondamentali come quelli della giustizia e della legalità, dove cioè in gioco sono i cardini stessi dell’ordinamento civile, non risulta esservi stato alcun intervento ufficiale dell’episcopato italiano. Si pensi al totale silenzio di fronte a eventi gravemente destabilizzanti, quali la promulgazione delle cosiddette leggi ad personam o le affermazioni dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi circa la legittimità dell’evasione fiscale o l’invito rivolto dallo stesso ex Presidente agli italiani, in campagna elettorale, a votare secondo i propri interessi anziché secondo quelli del Paese.

Non si conferma qui l’impressione che l’attenzione della chiesa nei confronti dei temi della politica tenda a concentrarsi prevalentemente (e quasi esclusivamente) su questioni che hanno a che fare con l’“etica privata” - e in particolare con l’area della sessualità (si pensi alle cosiddette questioni “eticamente sensibili”) - anziché prendere in seria considerazione questioni cruciali come quelle attinenti la sfera dell’“etica pubblica”?

 

L’accanimento segnalato rischia poi di risultare ancor più incomprensibile se si tiene conto del fatto che in causa è il matrimonio civile - non quello religioso o sacramentale, dove le ragioni che spingono alla scelta non possono certo essere scalfite da considerazioni utilitariste o di comodo - e che tale matrimonio è stato, almeno fino agli anni del Concilio, concepito dalla chiesa, per quanto concerne i battezzati (che sono tuttora in Italia la stragrande maggioranza dei cittadini), come una realtà “inesistente”, al punto di giudicare chi lo sceglieva come “concubino“ e dunque come pubblico peccatore - è nota la querelle sollevata, negli anni 50, dall’allora vescovo di Prato Mons. Pietro Fiordelli - e che anche i documenti elaborati nel periodo postconciliare faticano a conferirgli uno statuto preciso e autonomo, riconoscendo al più che si tratta di un atto “non irrilevante” anche per i cristiani.

 

Quale difesa della famiglia?

Al di là delle considerazioni di ordine politico, particolare attenzione va però riservata alle motivazioni di carattere etico addotte dai vescovi, cioè al dovere prioritario da essi ribadito di difendere la famiglia fondata sul matrimonio, impedendo tutto ciò che può mettere a repentaglio la sua stabilità. Ora non vi è dubbio che la famiglia tradizionale, la quale rappresenta ancor oggi - come ci ricorda la Costituzione - la forma privilegiata di istituzionalizzazione dei rapporti di coppia, vada tutelata e promossa, anche sul terreno legislativo. Sarebbe tuttavia atto di grave miopia misconoscere che si danno nella nostra società (e sono in continua espansione) altre forme di unioni, sia etero che omosessuali, che danno origine a precisi nuclei familiari.

A determinare il dilatarsi di tale processo (in passato quantitativamente molto più contenuto) hanno concorso (e concorrono) fattori di diversa natura, legati alle profonde e rapide trasformazioni intervenute, in questi ultimi decenni, soprattutto nella società occidentale. L’estrema mobilità dei rapporti, dovuta sia all’estendersi dell’area di interscambio sociale, a seguito della caduta delle barriere fisico-geografiche provocata dai nuovi mezzi di trasporto e di informazione, sia all’accentuarsi del fenomeno della complessità sociale, che favorisce lo sviluppo di appartenenze altamente differenziate, non poteva che avere ricadute immediate anche sul terreno familiare, dando vita ad una molteplicità di forme di convivenza, le cui tipologie riflettono l’estrema varietà delle condizioni esistenziali delle persone.

Il fenomeno del ricorso alle “unioni di fatto” non può dunque essere considerato espressione di un mero capriccio individuale; è conseguenza di mutazioni strutturali e culturali di grande portata, che determinano scelte soggettive spesso improntate a un grande senso di responsabilità. L’arco delle motivazioni comprende infatti, accanto a persone (e abbiamo ragione di ritenere non siano molte) che optano per la convivenza per motivi strettamente ideologici, cioè per un esplicito rifiuto dell’istituzione matrimoniale, situazioni dove determinante è la precarietà economica come nel caso di coloro che, a causa dell’instabilità della loro condizione lavorativa, non se la sentono di dare vita a una unione matrimoniale; altre, nelle quali decisiva è la fragilità psicologica come nel caso di molti giovani che, sentendosi insicuri delle proprie decisioni, scelgono di sperimentare la convivenza prima di assumersi un impegno più radicale o in quello di persone che, avendo fallito un precedente matrimonio, preferiscono non ripetere la scelta per paura di incorrere di nuovo in stati di grave difficoltà; altre infine - tale è la situazione degli omosessuali - in cui, essendo preclusa in partenza la possibilità di accesso al matrimonio, la convivenza diventa la via obbligata.

Il fatto che lo Stato (anche attraverso la sua legislazione) si prenda cura di queste situazioni, garantendo alle persone coinvolte la tutela dei diritti - dal diritto-dovere di assistere il partner bisognoso di cure, alla reversibilità della pensione, fino ai diritti in materia di successione, ecc. - , non provoca - ci pare - alcun vulnus all’istituto del matrimonio. E questo non solo perché lo status delle “unioni di fatto” rimane giuridicamente diverso da quello matrimoniale - è dunque improprio parlare di matrimonio di serie B o di quasi-matrimonio - ma anche (e soprattutto) perché non sussiste alcun motivo di competizione: il riconoscimento di diritti a persone che hanno scelto altre forme di convivenza nulla toglie alla peculiarità della forma matrimoniale, che continua ad essere il modello proposto come ideale, e dunque giuridicamente più tutelato.

 

Le vere cause della crisi familiare

Altre sono le cause della crisi che la famiglia tradizionale vive, e di cui semmai il forte incremento delle convivenze libere non è che l’effetto: dal diffondersi di una cultura individualista, che rende irrilevante la valenza sociale di ogni scelta, alla crescita di una visione consumistica della vita, che coinvolge anche le relazioni affettive concorrendo ad accentuarne la fragilità, fino alla carenza di politiche sociali adeguate, che consentano di dare piena espressione alle legittime esigenze di coppia e di fare dignitosamente fronte ai bisogni delle famiglie. Su queste cause andrebbe avviata una seria riflessione non solo da parte delle istituzioni sociali e politiche ma anche da parte delle agenzie educative, non esclusa la chiesa, per fare luce sulle proprie responsabilità e per individuare cammini positivi che determinino una radicale inversione di tendenza.

 

Diritti individuali o diritti di coppia?

In questo quadro appare poco convincente l’insistenza con cui da parte di alcuni ambienti cattolici si è premuto per ottenere il riconoscimento che i diritti delle persone che vivono in unioni di fatto vengano concepiti come semplici diritti individuali. E’ fuori dubbio che titolari di diritti (e di doveri) sono, in ultima analisi, gli individui (il che vale del resto anche per il matrimonio). Ma non si può negare che i diritti dei soggetti ai quali si fa qui riferimento sussistono in quanto esiste un rapporto stabile di coppia: la possibilità stessa di parlare di diritti è infatti legata alla presenza di una relazione affettiva durevole, che non rappresenta soltanto un fattore importante per la vita dei due ma che assume anche una grande rilevanza sociale.

E’ piuttosto singolare che a farsi paladini di una visione incentrata sui “diritti individuali” siano esponenti di un’area culturale, quella cattolica, che ha inscritta nella propria tradizione - nel proprio DNA, si direbbe - il superamento di una concezione rigidamente individualista dell’uomo e la sua sostituzione con una concezione personalista, in cui la relazione diventa fattore costitutivo dell’identità soggettiva. Non è forse proprio a partire da questa acquisizione che assume pieno significato quella visione “comunitaria” della società, purtroppo ancora lontana dall’essere realizzata, che ci consentirebbe di uscire tanto dalla rigida (e semplificatoria) dialettica tra individuo e Stato propria dell’ideologia liberale, quanto dal collettivismo statalista oggi radicalmente in crisi, per spingerci - a questo è finalizzato il ricupero del principio di sussidiarietà - a fare spazio a un insieme di realtà intermedie che arricchiscono il tessuto sociale: dalla famiglia a una miriade di forme relazionali e associative, che si sviluppano spontaneamente dal basso e che, interagendo tra loro, danno vita alla “società civile”?

Le unioni di fatto vanno pertanto inserite nel contesto di questo processo di aggregazione, non dimenticando che, per la particolare configurazione che assumono e per la rilevanza sociale che rivestono, danno origine a diritti e doveri che l’istituzione pubblica deve riconoscere e tutelare con mezzi adeguati.

In gioco vi è infatti non solo il rispetto di scelte che - come si è accennato - nascono in larga misura da una situazione di profondo cambiamento socioculturale con cui è doveroso confrontarsi; vi è soprattutto la difesa di persone che finiscono per vedere altrimenti compromessa la possibilità di una loro piena realizzazione umana; e, più radicalmente, vi è l’impegno ad edificare una società solidale, che metta ciascuno in grado di esercitare i propri diritti e assicuri pertanto a tutti il pieno rispetto della dignità umana.

Venerdì, 16 marzo 2007

 

 

 

 

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categorie: dico

LAICITA' NELLA CHIESA, LAICITA' NELLO STATO

SEMINARIO di STUDI

LAICITA' NELLA CHIESA, LAICITA' NELLO STATO

6-7 maggio 2007

 

proposto da:

PAX CHRISTI CENTRO STUDI ECONOMICO-SOCIALI PER LA PACE E FONDAZIONE E. BALDUCCI

INVITO AL SEMINARIO

Tema di forte attualità, in un mondo di crescente pluralismo religioso, è la laicità, come impegno di razionalità prescindendo dalla utilizzazione pubblica delle motivazioni religiose. Così come sul piano storico dello sviluppo culturale, oltreché dell'approfondimento delle fedi, si rende urgente la riflessione e l'impegno della nonviolenza attiva.

Il Centro Studi di Pax Christi e la Fondazione Balducci intendono affrontare questi temi, sul piano dell'opinione pubblica così come sul piano delle confessioni religiose, a cominciare dal mondo cattolico. Siamo lieti di avviare questa riflessione e questo dialogo, particolarmente grati alle personalità che hanno accettato di illuminarci e di guidarci in questo non facile cammino.

+ Luigi Bettazzi  Presidente centro studi

PROGRAMMA DI MASSIMA

Sabato 5 maggio

ore 9.30 "Laicità e nonviolenza" - Mons. Bettazzi

ore 10.00 "Chiesa e laicità" - Prof. d. Enrico Chiavacci

Discussione

ore 12.30 Pranzo

ore 15.00 "La laicità nello Stato" - Prof. S. Lariccia.

Ore 17.30 "Laicità ed ecumenismo"

Domenica 6 maggio

ore 9.30 "Vivere la laicità oggi" - Ministro Rosy Bindi

ore 10.30 Discussione

ore 12.00 Conclusioni

NOTE TECNICHE

- Le iscrizioni vanno inviate con cortese sollecitudine

- Quota iscrizione: € 15.00  da versare sul c/c pt n. 16709503 intestato a Pax Christi - Casa della Pace - 50029 Tavarnuzze (FI) - Quota di soggiorno: € 60.00 (€ 65.00 per chi arriva giá venerdí sera)

- Per raggiungere la Casa:: IN TRENO: dalla Stazione di S. Maria Novella, autobus n. 37; scendere a Bottai eÞ telefonare (0552374505) per essere accompagnati alla Casa.  per chi arrivaÞ IN AUTO: uscita autostrada Firenze-Certosa: svoltare a sinistra in direzione Firenze, a 50 mt. sulla destra direzione Via Quintole per le Rose, poi proseguire seguendo la direzione Baruffi. La Casa si trova dopo circa 1500 mt. sulla destra.

Inviare le iscrizioni a: Casa per la Pace Via Quintole per le Rose, 131/133 50029 Tavarnuzze (FI) tel. / fax. 055 2374505  oppure Segreteria Nazionale Via Quintole per le Rose, 131/133 50029 Tavarnuzze (FI) tel. 055 2020375 / fax. 055 2020608

PAX CHRISTI - CENTRO STUDI ECONOMICO-SOCIALI PER LA PACE E FONDAZIONE ERNESTO BALDUCCI

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categorie: incontri/convegni
domenica, 03 giugno 2007

Le famiglie e la politica maldestra da Jesus del giugno 2007

di Vincenzo Marras

Una festa per la famiglia. L’hanno celebrata il 12 maggio scorso circa un milione di persone. Bambini, giovani, genitori e nonne hanno invaso piazza San Giovanni e le vie laterali per cantare e danzare l’amore della famiglia e per la famiglia. Le note stonate – da stigmatizzare con fermezza – sono di quei leader politici (e qualcuno si è voluto distinguere) che hanno tentato maldestramente di mettervi il loro ipocrita sigillo.

Per tanto tempo il soggetto-famiglia è stato dimenticato. Da tutti. L’Italia è penultima in Europa col 3,8% della spesa sociale alle famiglie, contro il 7,7% della media europea, il 10,2% della Germania, il 14,3% dell’Irlanda. Alla famiglia diamo l’1,1% del Pil, che è meno della metà di ciò che si fa nel resto del continente (2,4). Forse anche per questo siamo in coda in Europa per tasso di natalità con 1,3 figli per donna, contro una media continentale di 1,5, per non citare la Francia, che ha il record con 2.

Bastano queste cifre a inchiodare le responsabilità di chi ha governato l’Italia... E non da oggi.

La famiglia, le tante famiglie in Italia sono in crisi e le cause sono antropologiche, sociali, culturali, etiche: appartengono ai malesseri individuali e relazionali di chi le compone, come alle politiche sociali poco attente a sostenerle. L’emergenza-famiglia sovrasta tutte le altre, le accomuna e le misura nella loro autentica dimensione. E tuttavia questo non vuol dire che essa sia affrontabile solo ribadendo divieti e misurando trasgressioni. Richiede invece la capacità di suggerire strade nuove, cambiamenti di prospettiva, di testa e di cuore: in una parola, di conversione. Conversione della politica, certamente, perché produca leggi e provvedimenti che favoriscano la famiglia, diano speranza alle giovani coppie e alle nuove generazioni. Ma anche conversione della Chiesa alla famiglia, in modo che essa diventi – al di là dei documenti pastorali e delle enunciazioni di principio – soggetto autentico di pastorale, come suggerisce l’arcivescovo di Milano, il cardinale Tettamanzi.

I gruppi di spiritualità coniugale, della coppia e della famiglia come tale sono ancora una realtà piuttosto marginale nella pastorale. Forse finché non saranno le famiglie ad evangelizzare le famiglie, questo resterà un punto dolente della pastorale della Chiesa italiana. Il Vangelo va, infatti, annunciato da chi vive insieme.

Il Family day – manifestando l’attaccamento profondo della società italiana alla struttura familiare, fondata sul matrimonio – deve senz’altro contribuire a mettere fine alla quasi-assenza di politiche familiari nel nostro Paese. Ma deve anche rimanere uno stimolo continuo nella comunità ecclesiale a dire sì alla vita condivisa, all’amore che accoglie, all’amore che perdona e protegge, all’amore che si prende cura dell’altro.

Senza dimenticare – come ha scritto il quotidiano cattolico francese La Croix, all’indomani del grande appuntamento di piazza San Giovanni – che «c’è un pericolo da cui la Chiesa italiana deve guardarsi. Essa non può accontentarsi di dire sempre "no". L’intervento nel dibattito pubblico deve accompagnarsi a una grande volontà di dialogo», dentro e fuori dalla stessa comunità dei credenti. «Altrimenti», ammonisce La Croix, «il successo come quello dell’altro ieri potrebbero essere senza domani».

Vincenzo Marras

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categorie: famiglia